L’importanza di Cleto Munari sta sicuramente nelle opere di design presenti nei musei internazionali e diffuse in luoghi pubblici e abitazioni private, ma anche nel suo essere stato uno degli ultimi rappresentanti di una stagione italiana in cui la cultura era “un modo di stare al mondo” riconoscibile in una parte dell’Italia del Novecento e ormai in via di estinzione. Prima venivano gli incontri, poi i contatti telefonici o le lettere. La presenza fisica era il primo requisito e le persone si frequentavano per tanto tempo nei caffè, negli studi e durante i viaggi. Tutti parlavano ore e ore, andavano in vacanza assieme. Senza l’ansia di documentare. Non era privilegiata la specializzazione, anzi le discipline dialogavano tra loro e un architetto parlava di fotografia e di filosofia come Ettore Sottsass o di poesia e letteratura come Carlo Scarpa.

Anche il tempo era ritmato diversamente, si potevano attendere anni per una collaborazione, la pazienza non era una perdita di tempo. Lasciar maturare le cose, lentamente secondo un loro tempo. Era facile imparare in modo spontaneo attraverso le persone incontrate, assieme ai compagni di viaggio, assimilando quasi per osmosi senza bisogno di tanti corsi.
Il prestigio esisteva anche allora, ma era possibile pranzare insieme a persone importanti e discutere con loro in un rapporto umano che restava prioritario anche per il personaggio pubblico.
Cleto apparteneva a questo mondo e dava importanza alle relazioni, alla memoria personale, alla curiosità e alle esperienze. E in questa cultura italiana fatta di botteghe e di artigianato si comprende di più il suo autoritratto di “mestierante” che senza proclami, senza strategie e senza fretta riusciva ancora a più di novant’anni, a ad avere delle visioni, a immaginare mobili colorati, a guardare alla Cina, a discutere di architettura, a raccontare il mondo e a progettare il futuro.
Il progetto dolce e la guardata curva
Cleto Munari è stato definito editore, produttore, process manager, faber, coautore, regista o traghettatore dalla carta alla materia e designer per le opere che ha realizzato personalmente dall’idea all’oggetto finito.
Un termine che lo può rappresentare in sintesi, se lo si interpreta nel modo giusto, è “eclettico”: chi sa scegliere e armonizzare contributi diversi conciliando convergenze e divergenze, prassi e contro-prassi, teorie ed esperienze.

Cleto ha iniziato a lavorare dapprima più per il piacere di esplorare che per bisogno e poi per la voglia di sperimentare e osare sempre di più. Vista la facilità a comunicare e anche il fatto di trovarsi nel posto giusto e al momento giusto, si è creato una rete di amicizie che si è allargata sempre di più. Da amico di artisti, si è inventato un lavoro nuovo al passo con una realtà in continuo cambiamento dove i canoni estetici spaziavano oltre la classicità, dove non valeva più un’unica verità, dove gli artisti di tutto il mondo erano specchi di desideri e di gusti diversi. Si trovava di fronte a un caleidoscopio gigante e poteva ruotarlo per scoprire nuovi mondi espressivi. Così le arti si mischiavano dandosi una mano per rappresentare una visione, seguita da molte altre ancora diverse.
La sua strada: selezionare un’idea e cercare chi ci credesse pur sapendo di mettersi in gioco senza garanzie di guadagno; attendere che l’artista di turno la traducesse in un disegno; elaborare il progetto prevedendo tutte le variabili legate ai materiali e agli artigiani a cui affidare la realizzazione; far produrre il prototipo dell’oggetto che unisse funzione e forma, e pagarlo senza batter ciglio qualunque fosse la somma richiesta. Solo allora poteva decidere in base agli ipotetici compratori quante copie realizzarne, fermandosi a un numero compatibile con il lavoro artigianale.
Nel 1999 il critico d’arte Achille Bonito Oliva nel libro La figura delle cose, Cleto Munari in Castel Sant’Angelo, definiva perfettamente il suo modo di guardare il mondo: “Il gesto fantastico che l’artista mano a mano ha realizzato nel corso di questo secolo, attraverso i reperti presentati in questa mostra, tende via via a caricarsi di valenze simboliche, a uscire dalla semplice possibilità dello scandalo, per approdare ad una complessità, ad un senso della costruzione che non significa adesione ad un pensiero geometrico e neorazionale, ma piuttosto al bisogno che l’artista sente di attraversare il quotidiano e di ordinarlo secondo un’idea di «progetto dolce“.

“Senza dubbio, Cleto Munari ha praticato tale dimensione attraverso l’interpretazione di proposte altrui, di cui non è mai stato semplice esecutore materiale. Intanto, egli ha scardinato la gerarchia tutta italiana tra arti maggiori e minori, facendosi ‘faber’ e costruttore di linguaggi che spaziano dall’architettura alla gioielleria, dalla decorazione all’oggettistica“.
Bonito Oliva indicava inoltre il substrato del suo processo elaborativo nel testo dedicato alla mostra di Cleto a Roma in Castel Sant’Angelo: “L‘arte corregge la vista corta e introduce una guardata non più frontale, ma lunga e differenziata, la “guardata curva” di Munari. Così può aggirare l’invalicabile frontalità delle cose e prenderle alle spalle. […] Munari non può trasmettere conoscenze sui modi che lo hanno portato alla figura, perché essa è la conseguenza di fattori accertabili e di altri imponderabili. Il non sapere gli permette di mettere in condizione la sua tecnica di non fare resistenza, di accogliere con naturalezza l’elaborazione che porta al risultato“.
Un’analisi che il tempo e la creatività di Cleto hanno reso ancora più valida e sempre attuale.
Per creare servono amicizia, gioco e colore
Così diceva Cleto Munari, e nel corso della sua lunga attività ha dato forma a una maniera originale di intendere il progetto. Più che semplice designer, è stato un interprete e un mediatore creativo, capace di trasformare intuizioni, disegni e linguaggi di architetti, artisti e scrittori in oggetti concreti. Ha collaborato con figure come Carlo Scarpa, Ettore Sottsass, Alessandro Mendini, Angelo Mangiarotti, Paolo Portoghesi, Riccardo Dalisi, i Five Architects, De Lucchi, Arata Isozaki, Oscar Tusquets Blanca, Izzika Gaon, Hans Hollein, Borek Sipek, Vaclav Havel, Tao Ho, Matteo Thun, Mimmo Paladino, Mario Botta e molti altri, contribuendo a far dialogare arti maggiori e arti applicate. Gioielli, argenti, vetri, ceramiche, orologi, occhiali, penne, tappeti, tavoli, mobili e altri oggetti, ma anche allestimenti e mostre internazionali portano la traccia di questo lavoro paziente, svolto senza protagonismi e fondato sull’incontro tra idee, mani e materiali. Le sue opere sono entrate in prestigiosi musei, collezioni private e luoghi pubblici di molti paesi, ma ancora più significativa è stata forse la capacità di costruire relazioni e trasformarle in forme.

Con umiltà parlava di sé come di un “mestierante”, di uno che ha imparato facendo e incontrando maestri e artisti. Era però un “mestierante visionario”, inseguiva sogni, come l’ultimo mobile colorato intitolato “Kosmos quadrato”, universo quadrato, quasi a cercare diversi confini per l’universo.
L’ombra lunga
Se si fosse fotografato Cleto in pieno sole, dietro di lui sarebbe comparsa un’ombra lunghissima, fatta di tutti gli uomini e le donne con cui aveva camminato e intessuto relazioni. In prima fila gli architetti e designer, insostituibili per i suoi progetti. Cleto stesso, alla richiesta su quali fossero state le altre figure più significative della sua vita, aveva indicato anzitutto la moglie Valentina Aversano Del Carretto e subito dopo Neri Pozza, Giuseppe Mazzariol, Sidney Lewis, Giorgio Piantini e Dario Fo. Ognuno era stato un interlocutore privilegiato appartenente ad ambiti culturali diversi, che aveva lasciato un segno indelebile nella sua vita. Se avesse elencato però tutti i personaggi entrati a tratti nel suo mondo, l’elenco avrebbe occupato molte pagine. Tra di loro Oscar Niemeyer, Lawrence Ferlinghetti, Josè Saramago…
Oggi quella lunga ombra continua ad accompagnare anche chi ha avuto la fortuna di camminare per un tratto accanto a lui.