Carlo Signorini, lei è erborista e coltivatore orientato all’autosufficienza, nonché autore di numerose pubblicazioni dedicate al rapporto tra uomo e natura. Da anni studia e pratica l’utilizzo delle piante spontanee, sviluppando un approccio fondato sull’osservazione diretta e sul rispetto dei ritmi naturali. Vive in ambiente montano, dove sperimenta forme di coltivazione non convenzionale, privilegiando specie perenni e selvatiche, sia a fini alimentari sia officinali. Ci può raccontare la sua esperienza?

Il significato della frase Orto spontaneo racchiude in sé un concetto molto importante: esprime il fatto che si tratta di un orto secondo natura. Tutto dovrebbe essere secondo natura, ma purtroppo ce ne siamo dimenticati. L’altro, l’Orto convenzionale, è forzato nel fare ciò che la mentalità umana attuale considera “normale”.

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Orto convenzionale: la frase stessa indica che è solamente frutto di convenzioni stabilite e indotte attraverso condizionamenti. Ogni forzatura indotta è una sottile violenza voluta; lo scopo è quello di uniformare il pensiero umano, portandolo verso una globalizzazione dei costumi. Questa sottile violenza consiste nel ridurre, fino ad annientare, la coscienza personale e la personalità individuale. Il condizionamento trasforma i singoli individui in massa, la quale è molto più facile da dominare. Nelle masse scarseggia quella capacità analitica e critica che invece in una persona “libera” potrebbe esserci.

Spesso la conduzione di un Orto convenzionale espone l’uomo a maggiori lavori. Ce lo conferma?

Personalmente, la pratica dell’orto spontaneo mi ha aperto molti spazi liberi, antichi come il mondo ma sconosciuti come può esserlo un buco nero. L’orto convenzionale è fatto perlopiù con piante annuali: questo significa che ogni anno muoiono e l’anno successivo bisogna acquistare nuovi semi e piantine. Richiede un lavoro manuale costante per mantenere il terreno soffice e per estirpare continuamente le “erbacce”, le quali crescono da sole con vigoria e tenacia, mentre quelle che si piantano o si seminano stentano. Il terreno nudo dell’orto convenzionale è soggetto a continua evaporazione e, per questo, necessita di annaffiature frequenti. Si trasforma anche in una estenuante lotta contro malattie e nuovi parassiti che, con il cambiamento climatico, sono diventati numerosi e voraci, mentre un tempo tutto era più equilibrato. Le giovani piantine spesso appaiono deboli e poco vitali, mentre le “erbacce”, che nessuno desidera, crescono rapide e piene di forza. In questo contesto, qualche trattamento diventa necessario: si può scegliere quello naturale oppure, nei casi peggiori, anche quello chimico. Altro denaro, altro tempo impiegato, altre fatiche sostenute e altro potere dato alle multinazionali dei fitofarmaci inquinanti.

Erbacce come sinonimo di presenze indesiderate oppure garanzia di genuinità?

Oltre a essere un contadino costantemente impegnato nella ricerca dell’autosufficienza, sono anche un erborista e mi considero quindi un discreto conoscitore delle piante. Ho osservato attentamente le “erbacce”, le infestanti che crescono spontaneamente con rigoglio, e mi sono accorto che, nella quasi totalità, non sono piante tossiche o pericolose; al contrario, sono molto medicamentose, ricche di sali minerali e di sostanze organiche rare, indispensabili alla salute. Le ho assaggiate, scoprendo sapori nuovi e sconosciuti, capaci di deliziare il palato e stimolare la fantasia creativa nella ricerca di ricette culinarie personali e uniche. Dopo questa osservazione ho deciso di eliminare le piante annuali proposte dal monopolio dei semi, per lasciare crescere alcune “erbacce” perenni. I risultati positivi sono stati immediati e molteplici.

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Abito in montagna, a oltre mille metri di altitudine: qui il clima è severo per buona parte dell’anno, eppure ora sono in grado di alimentarmi di verdura anche nella stagione avversa. Non di rado sposto la neve fresca per raccogliere i giovani getti spontanei. Le piante naturali sono fatte per superare senza difficoltà il caldo e il freddo, la siccità e l’eccesso di umidità, senza bisogno di serre o tunnel di plastica inquinante. Sono in grado di autodifendersi dagli attacchi di parassiti e malattie. Nella maggior parte dei casi non amano il letame e non richiedono la zappatura; stanno invece in buona simbiosi con uno strato di erba fresca, aiutandosi a vicenda. Sono piante perenni che, una volta stabilitesi, rimangono quasi per sempre. L’unico, chiamiamolo così, inconveniente è che sono piante felici, vigorose, colme di voglia di vita: proprio per questo tendono a espandersi molto e devono essere contenute con discrezione.

All’interno del mio orto si trova un grande albero di tiglio: è il custode, il profumato guardiano dell’armonia. Ai suoi piedi ho costruito una panca e uno dei miei gesti quotidiani è sedermi lì, appoggiare la schiena al tronco e godere della profonda bellezza e armonia che si sprigionano quando esseri viventi diversi tra loro sono lasciati liberi di esprimere la propria natura. Considero questa una sorta di coltivazione sacra, una “eucarestia verde”, dove un essere entra in me attraverso la comunione del cibo e diventa parte di me stesso, mentre io divento parte di lui, uniti in un divenire armonico di energie cosmiche.

Ortica, romice, buon Enrico, portulaca, sedum verum, asparago, Auruncus vulgaris, levistico, Anchusa officinalis (buglosa), amaranto, aglio romano, cipolla egiziana, tarassaco, Silene inflata, piantaggine, rucola, valerianella… Queste sono solo alcune varietà, elencate a titolo di esempio: possono essere molte di più e dipendono soprattutto dal luogo e dal clima, poiché ogni territorio ha le sue piante spontanee caratteristiche.

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