Un po’ nascosti dietro il Palazzo dei Conservatori, proprio sopra l’antica Rupe Tarpea e i resti del Tempio di Giove Capitolino, gli spazi di Villa Caffarelli in Campidoglio ospitano fino al 13 dicembre la densa mostra Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo.

Sorprendente, intima e grandiosa al medesimo tempo, portatrice di valori profondi come senso della collettività, modernità, sostenibilità e cura dell’individuo, così cari al Messico più autentico, la mostra – attraverso opere significative – porta al visitatore non solo il mondo del più grande e influente artista messicano del XX secolo, ma anche tutto il cammino di crescita e maturazione che lui, e tutti gli artisti del suo periodo, compirono per arrivare alla piena maturazione stilistica.

Al di là della sua celebre produzione murale, la traiettoria artistica di Rivera simboleggia il percorso seguito da una generazione di artisti che ridefinì l’immagine del Paese, ponendo le basi del Modernismo in Messico.

La sua opera nacque in un periodo di profonda trasformazione storica: dopo la Rivoluzione messicana, il Paese andò incontro ad una nuova identità capace di rappresentare oggi una vera e propria summa, il simbolo del mondo contemporaneo: eterogeneo, moderno e in costante cambiamento

Il Messico di Rivera è dunque quel campo libero e creativo in cui l’artista sperimenta i bisogni del nostro mondo diviso fra il vecchio (vecchie istanze, vecchie élite e vecchi sfruttamenti come nei murales della SEP di Città del Messico) e i diritti delle minoranze alla ricerca di nuova massa critica e di una vera giusta rappresentanza. Perché la giustizia (come ricorda Leone XIV nella Magnifica Humanitas) “non riguarda soltanto i comportamenti dei singoli, ma anche il modo in cui sono pensate e organizzate le strutture della convivenza”.

Nello spazio espositivo non solo trenta opere di Diego Rivera (fra cui la sorprendente Adoración de la Virgen, la stilosa Naturaleza muerta con botella) ma anche la poesia di Antonio Ruiz, fra il simbolismo e la narrazione psicologica (Viaje al infinito. Hacia el mar) e la dolce e struggente fiaba messicana di Juan Soriano e dei suoi angeli (Cuatro esquinitas tiene mi cama). Frida Kahlo e María Izquierdo disseminano indizi di ribellione per trovare i segni di dirompente quotidianità fra religiosità, realismo magico e folklore quotidiano.

Piccoli capolavori dall’estetismo vertiginoso, come l’incantevole Bañándose en el río di Miguel Covarrubias, dialogano con le tematiche di José Clemente Orozco (Los desempleados) e dello stesso Rivera (Mercado de petates), mentre il percorso di un’intera generazione di artisti si compie fra confronto con l’Europa e la realizzazione di una rivoluzione che non è solo formale ma anche politica.

La straordinaria selezione di oltre 140 opere è curata da Miguel Fernández Félix (direttore del Museo Kaluz) e Alberto González Torres (direttore del Museo Robert Brady) e promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali in collaborazione con MetaMorfosi Eventi e con il Museo Kaluz di Città del Messico con il supporto di Zètema Progetto Cultura.