È proprio lei, Emma Dante, la fata non invitata alla festa perché scomoda, non in linea con gli stereotipi di un teatro che soffre e aspetta il nuovo che tarda a venire.

La leonessa, così è stata definita la regista, dal momento che le è stato assegnato il Leone D’oro alla carriera in quel di Venezia, ha ringraziato visibilmente commossa tutto il pubblico definendosi “una donna piccola ma con un Leone d’oro alle spalle“, suscitando così un’ovazione soprattutto da parte delle donne che hanno interpretato questa sua dichiarazione come un riscatto di genere.

La premiazione è avvenuta a Venezia presso la Sala delle Colonne di Palazzo Ca’ Giustiniani, alla presenza di alte personalità fra le quali il Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco e Willem Dafoe, direttore artistico della Sezione Teatro, che ha elencato tutti i meriti dell’artista che hanno motivato l’assegnazione del premio. Applausi scroscianti e una standing ovation hanno accolto l’ annuncio della premiazione, segno della generale approvazione. Il coinvolgimento emotivo è stato notevole e, come sempre accade, appare doveroso ripercorrere le tappe più importanti di una carriera corposa e importante. Insieme all’artista siciliana è stato assegnato il Leone d’Argento al drammaturgo greco-albanese Mario Banushi.

La storia del teatro di Emma Dante affonda le sue radici nella terra d’origine: nata e vissuta a Palermo, infonde nelle sue opere l’essenza dell’amata Sicilia. I suoi personaggi sono esseri umani di tutti i giorni, ritratti con i propri pregi e i propri limiti. Essi vanno a popolare trame e opere in cui i meno abbienti e i meno fortunati portano le loro vite sul palco. Un tema, quello degli ultimi, al centro dell’Edizione 2026 della Biennale d’Arte intitolata In minor keys. Dopo i primi esordi tenutisi in luoghi spesso improvvisati e di fortuna, Emma si impone al grande pubblico con opere nelle quali già emerge uno stile personale colorato e incisivo che intinge il pennello nelle sfumature della cultura popolare. Gli argomenti trattati sono molto scottanti e riguardano la vita familiare, con tutte le sue problematiche, e le tematiche legate ad un territorio spesso violato e tradito. Il linguaggio usato è un ibrido, fatto di dialetti arcaici, di suoni e lamentazioni che caratterizzano le varie opere rendendole riconoscibili come le pennellate di un quadro. L’approccio della regista è leale; sa di non poter mentire né a sé stessa né al suo pubblico che la ama proprio per la sua fierezza scevra da ogni compromesso con una realtà spesso dura ed avversa.

A seguito della premiazione, si è svolto un incontro dal titolo Rito, nostalgia, commozione. Emma Dante: essere umani nelle piaghe del tempo, presso il Palazzo Ca’ Giustiniani. Gli amici e i collaboratori dell’artista hanno voluto omaggiare la leonessa, appena premiata, ricordando aneddoti vissuti insieme, regalando agli spettatori una memorabilia dai primi passi della sua carriera artistica fino ad oggi. Sono intervenuti Carmine Maringola, Davide Yodice, i fratelli Mancuso (commoventi) e non ultimo Arturo Cirillo, il tutto coordinato dal bravo Andrea Porcheddu.

Momenti di curiose rivelazioni e di grande commozione, grazie anche al clima caloroso e inclusivo che ha permesso ai presenti di immergersi in un mondo non solo ricco di arte, ma anche di sentimenti ed emozioni. Fra gli interventi, appare degno di nota quello di Arturo Cirillo, attore napoletano che ha condiviso con i presenti i ricordi del suo primo incontro con Emma Dante: durante una delle prime audizioni l’attore riusciì a rovinare una scena tragica con l’uso di un’arma di scena fuori dalle righe, un’enorme e ridicola pistola giocattolo che provocò il disappunto della Dante (“a causa tua io non sarò ammessa all’Accademia!”, pare gli abbia detto).

Degna di nota anche la piacevole e breve lectio della regista e attrice che, prendendo spunto dalle parole di Gabriele Vacis, drammaturgo, sceneggiatore e documentarista italiano, ha condiviso la sua visione del teatro: un risveglio del pubblico in tempi sempre difficili. Il Leone d’oro si delinea, secondo le stesse parole di Emma Dante, come uno schiaffo ben assestato, un’esortazione a produrre sempre in linea con il proprio istinto e in comunione con il pubblico che attende solamente che l’artista, attento alla realtà, lo chiami al grande rito del teatro.

Foto di copertina: Emma Dante, Foto di Andrea Avezzù, Courtesy La Biennale di Venezia