La Medea di Christa Wolf – una delle voci letterarie europee più significative del Secondo Novecento – è andata in scena al Teatro Alkestis di Cagliari dal 15 al 18 ottobre con la regia e la riscrittura geniale di Anna Piscopo (Premio Rai Carlo Bixio nel 2016) e la vibrante recitazione di Sabrina Mascia.

Fin dai primi istanti, quando il piano scenico dello storico teatro del capoluogo sardo si rivela agli occhi dello spettatore, lo spazio appare amministrato con dissacrante energia. La matassa della storia si dipana con passione e affabulazione sempre più crescenti utilizzando in scena oggetti e strumenti che ricordano le riuscitissime soluzioni di un teatro di cui si sentiva la mancanza. L’oggetto, il prop, è vivo e contribuisce a una comunicazione fluida, corale, fatta di ombre, rumori: legno, ferro, stoffa, plastica, fumo persino (una versione undeground dei Misteri Eleusini). Il teatro di Piscopo è reale ed è umano.

Sabrina Mascia è una emozionata e incazzata ex regina reietta che, estromessa dalla sua stessa vita, vede esplodere – dentro un piccolo corpo – la violenza di una vita ingiusta. Quando con la punta delle dita tenta di fare a pezzi il cartone che funge da materasso in ogni sua notte di esilio, riecheggia il dolore e il lamento del coro greco: gira e rigira i lembi di carta, gioca con un accendino, mormora raccontando solitudine e rabbia che le suggeriscono di navigare nei propri dolori per ritrovare “nel bel mezzo del caos un’invincibile tranquillità” (Albert Camus). φεν̃ φεν̃ (pheû pheû, ahi ahi!) dice Medea, bevendo, maledicendo, fumando e raccontando l’uomo, la sete di potere, la menzogna e il desiderio.

La voce di Medea è antica, solenne, debole e disfonica, per poi assumere caratteristiche contemporanee e gergali, spesso fortemente ironiche e taglienti. L’attrice in scena compie cambiamenti vocali notevoli fra la tragedia e la stand-up comedy (e attende che il pubblico la capisca, dietro ad un microfono, con il viso metà in ombra). La sua è una logocentrica evocazione in cui la parola della regina della Colchide è un urlo teso contro la fabbrica dei mostri costruita dal potere. L’impronta della Piscopo – che ricorda Emma Dante – è evidente nel racconto dissacrante di una degli ultimi, ex figlia, ex madre ed ex moglie e regina: Medea ci parla dalle regioni più lontane e dimenticate dell’essere umano: “Non c’è menzogna troppo grossolana a cui la gente non creda, se essa viene incontro al suo segreto desiderio di crederci“.

In questa storia, Wolf toglie a Medea la maschera di madre assassina per rivelare la verità più autentica di una donna libera, fiera e profondamente umana, la cui unica colpa è essere straniera in una terra cinica e corrotta. Medea possiede la magia del “secondo sguardo”, la capacità di vedere i segreti inconfessabili e il sangue su cui si fonda lo Stato di Corinto. Proprio per questo diventa intollerabile.

La storia, scritta dai vincitori, viene rotta grazie anche all’inaspettato uso della musica, espressione del rimuginamento interiore, elemento pop che avvicina il mito e lo rende materia in cui affondare le mani nell’umano.

Il dolore delle madri è il terreno fertile di tutte le guerre e le ineguaglianze ed è anche il soggetto chiave della storia, quella di Medea così come quella della muta Merope e del mondo attuale, in cui chi scrive intravede anche la madre di Federico García Lorca che ha visto il sangue di suo figlio e ha dovuto pulirlo con le mani, e leccarlo con la lingua per sapere se era il suo.

Medea è una Produzione 2026 di Teatro Laboratorio Alkestis. Direttore del suono Davide Sardo, foto di Maura Littera, grafica di Bakis Murgia, Promozione e organizzazione Giovanni Barra, Organizzazione a cura di Stefania Mascia e Costantino Ruiu, Direzione artistica di Andrea Meloni. Con il contributo di RAS – Regione Autonoma della Sardegna Assessorato della pubblica istruzione, beni culturali, informazione, spettacolo e sport e il sostegno di Fondazione di Sardegna.