“Forse non tutti lo riconoscono, ma Ligabue cammina ancora ogni giorno nelle strade del mondo in mezzo ad altri emarginati, ai “difettosi”, ai migranti come lui, in attesa di uno sguardo amico, di qualcuno che metta in luce il loro valore”. La frase di Giorgio Diritti su Antonio Ligabue (autore del docufilm Volevo nascondermi, 2020) graffia – lasciando il segno – durante la visita alla mostra “Antonio Ligabue. La grande mostra” (Cagliari, Palazzo di Città fino al 7 giugno) dedicata al grande pittore italo-svizzero.

Tale figura di grande alienato, probabilmente uno dei più grandi pittori naïf del Novecento, che viaggiava in moto, legando le sue tavole in faesite a uno spago per venderle di paese in paese, per sbarcare il lunario, armato di fiducia in sé stesso e voglia di conoscere e di esprimersi, si accompagna ai paesaggi svizzeri da fiaba, alle bestie feroci, alla rappresentazione della flora e della fauna (in dettagli folli, sconvolgenti, meravigliosi, in bilico fra Bosch, Arcimboldo, Gogain, Van Gogh, Frida Kahlo, Roberto Cavalli e Freud), degli animali per cui sentiva empatia come Francesco di Assisi, della vita agreste, abbandonata da bambino, ideale e colorata come la speranza mai sopita.
In mostra a Cagliari tavole, tele, acqueforti e disegni a matita che sorprendono, incantano e portano in un mondo in cui l’arte trasforma il veleno di una vita infelice in una medicina universale.
I cani, qualche volta al centro dell’opera, spesso al margine, abbaiano alla diligenza che smuove il vento e i rami degli alberi, sostano accanto al padrone che ozia all’ombra dopo una giornata di lavoro, inseguono la preda fra giunchi e canne, accompagnano il Matto, l’Arcano dei Tarocchi, simbolo dell’energia primordiale, del caos creativo, della libertà assoluta e dell’inizio di un nuovo ciclo. Ligabue è il viaggio dell’anima, il salto nel vuoto, la spontaneità, il coraggio di seguire il proprio cuore e l’abbraccio dell’ignoto, spesso senza una meta precisa.
L’artista indaga dentro di sé e si registra in continui autoritratti, selfie reiterati che sono espressione di una speciale e insofferente psicoterapia alla ricerca dell’equilibrio e del vero. Antesignano della ipertrofia contemporanea dell’uomo.
L’esposizione, prodotta e organizzata dal Comune di Cagliari – Assessorato alla Cultura, Spettacolo e Turismo e dai Musei Civici di Cagliari, con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna e della Fondazione di Sardegna, in collaborazione con Arthemisia, è curata da Francesco Negri e Francesca Villanti.





