Ci sono libri che non si limitano a descrivere il presente, ma lo mettono in discussione nelle sue fondamenta. È il caso de La Rivoluzione Globale Pacifica per un Nuovo Umanesimo (clicca qui), in cui Orazio Parisotto legge la crisi non come un evento passeggero, ma come la forma stessa del nostro tempo: frattura tra potenza tecnica e responsabilità etica, tra mercato e vita, tra informazione e coscienza. In questo dialogo per Mockup Magazine attraversiamo i nodi centrali del suo libro – economia, globalizzazione, lavoro, guerra, diritto internazionale – fino alla proposta di un Nuovo Umanesimo che non promette soluzioni facili, ma indica un compito: ricomporre ciò che la modernità ha separato, restituendo al limite un valore generativo e alla politica una responsabilità condivisa.
Dialogo tra Mariapia Ciaghi e Orazio Parisotto
MP.C – Nel suo libro lei sembra suggerire che la crisi non sia un incidente della storia, ma la sua forma attuale. Non qualcosa che “accade”, ma qualcosa che siamo. È così?

O.P – Sì, credo che la crisi non sia più un evento circoscrivibile nel tempo. È diventata il modo in cui il nostro tempo si manifesta. Quando parliamo di crisi economica, ambientale, democratica o culturale, in realtà stiamo descrivendo un’unica frattura più profonda: quella tra la potenza che abbiamo sviluppato e la responsabilità che siamo capaci di assumerci. In questo senso, la crisi non è fuori da noi, ma nel modo in cui pensiamo l’uomo e il mondo.
MP.C – Questo spiega forse perché il suo libro non cerca soluzioni immediate. Piuttosto, sembra mettere in discussione le categorie stesse con cui formuliamo i problemi.
O.P – Esattamente. Se accettiamo l’idea che i problemi siano generati da un certo paradigma, allora cercare soluzioni all’interno dello stesso paradigma diventa un’illusione. Il pensiero critico non può limitarsi a correggere il sistema: deve interrogare ciò che il sistema dà per scontato. È un lavoro più lento, meno rassicurante, ma necessario.
MP.C – Nel suo sguardo sull’economia questo è particolarmente evidente. Lei non denuncia solo gli eccessi della finanza, ma la sua pretesa di neutralità. È come se dicesse che il problema non è la distorsione del mercato, ma il mercato quando si separa dalla vita.
O.P – La neutralità è uno dei miti più potenti del nostro tempo. Quando un sistema si dichiara neutro, in realtà sta nascondendo i valori che lo orientano. La finanza non è diventata “cattiva” per errore: ha semplicemente portato alle estreme conseguenze una logica in cui il valore è sganciato dalla vita reale. Il vero interrogativo è se vogliamo continuare a vivere in una società che misura tutto, ma non sa più valutare ciò che conta.
MP.C – Anche la globalizzazione, nel suo libro, viene sottratta al racconto dell’inevitabilità. Lei insiste sul fatto che ciò che viene presentato come necessità tecnica è spesso il risultato di scelte politiche non dichiarate.
O.P – Sì. La globalizzazione non è un destino naturale. È una costruzione storica, frutto di decisioni precise. Il problema è che queste decisioni hanno spostato il potere lontano dai luoghi della responsabilità democratica. La sovranità non è scomparsa: si è concentrata in spazi opachi, difficilmente controllabili. Questo produce una frattura profonda tra chi decide e chi subisce le conseguenze.
MP.C – Nel capitolo sul lavoro emerge con forza una dimensione antropologica. La precarietà non è solo una condizione economica, ma una ferita simbolica.
O.P – Il lavoro è uno dei luoghi fondamentali in cui l’essere umano sperimenta riconoscimento o esclusione. Quando diventa strutturalmente precario, non produce solo insicurezza materiale, ma solitudine, paura, adattamento forzato. L’individuo interiorizza l’idea di essere sostituibile. Questo ha conseguenze profonde sul tessuto civile e sulla possibilità stessa di una comunità politica.
MP.C – Lei estende questa analisi anche alla sfera culturale e mediatica, parlando di anestesia del giudizio. Viviamo sommersi da immagini, informazioni, stimoli, eppure sembra crescere una forma di cecità.

O.P – È il paradosso del nostro tempo. L’iperstimolazione non produce consapevolezza, ma assuefazione. Quando tutto è visibile, nulla è davvero comprensibile. La violenza, la paura, la competizione diventano spettacolo e perdono la loro capacità di interpellarci moralmente. Recuperare il limite, il silenzio, la profondità è oggi un atto controcorrente, ma essenziale.
MP.C – Un passaggio molto forte del libro riguarda la guerra. Lei la definisce non come eccezione della politica, ma come suo fallimento istituzionalizzato.
O.P – La guerra viene spesso presentata come strumento inevitabile di sicurezza. In realtà è il segno dell’incapacità di pensare la convivenza in termini diversi dalla minaccia. In un mondo interdipendente, la guerra non è più solo moralmente problematica: è razionalmente insostenibile. Continuare a investire in logiche di deterrenza significa ignorare la natura dei problemi che abbiamo di fronte.
MP.C – Da questa diagnosi prende forma, negli ultimi capitoli, una proposta più esplicita. L’apporto della donna e il nuovo diritto internazionale sembrano indicare una possibile via di ricomposizione.
O.P – Sì, ma è importante chiarire che non si tratta di aggiunte tematiche. Il femminile, nel libro, non è una questione identitaria, ma un principio simbolico. Indica una modalità di relazione fondata sulla cura, sul limite, sulla responsabilità verso il vivente. È una razionalità che la nostra civiltà ha marginalizzato, privilegiando il dominio e l’illimitato.
MP.C – E il diritto internazionale?
O.P – Il diritto, così come lo abbiamo conosciuto, ha spesso amministrato la violenza invece di limitarla. Ripensarlo significa passare dalla sovranità assoluta degli Stati alla sovranità dei popoli, cioè a una responsabilità condivisa. Senza una cornice giuridica rinnovata, il femminile rischia di restare testimonianza etica; senza una trasformazione della cultura della relazione, il diritto resta forma vuota. È nella loro integrazione che diventa pensabile un Nuovo Umanesimo.
MP.C – Un umanesimo che non promette salvezza.
O.P – No. Promette, semmai, un compito. Chiede di ricomporre ciò che abbiamo separato: potenza
e responsabilità, sapere e coscienza, libertà e limite. Non è una proposta consolatoria. Ma
credo che, oggi, sia una proposta necessaria.
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