Jana Orlovà è una poeta e performer della Repubblica Ceca. Le sue poesie, forti, coraggiose, scultoree, che volentieri fanno a meno degli stilemi del lirismo elegiaco, sono contrassegnate da fisicità espressiva, da apertura e carnalità. Il lessico scelto, con parole anche crude, impersonali, solitamente aliene al linguaggio cosiddetto poetico (eppure mai volgari), contribuisce a creare una forte dicotomia tra oggettività formale e intimo sentire -velato di tristezza per chi la sa ascoltare- che si rivela nel corpo, nell’espressione dei desideri e nell’indagine dei limiti.

Jana Orlová ha all’attivo due libri di poesie (con sue illustrazioni) e al momento sta lavorando alla sua terza raccolta. Le sue opere sono apparse nella raccolta Nejlepší české básně (migliori poesie ceche). Le sue poesie sono state tradotte in rumeno, ucraino, bielorusso, polacco, bulgaro, ungherese, hindi, spagnolo, inglese e arabo e nel 2019 ha pubblicato un libro di poesie in ucraino e rumeno. È vincitrice dello “Objev roku 2017” (Breakthrough Act Award) al Next Wave Festival per sapere attraversare i confini della letteratura, dell’arte e del teatro in modo naturale e con facilità. Nel 2020 ha ricevuto il Premio Dardanica. Di seguito una selezione di poesie da me tradotte. (www.janaorlova.cz)

Sei performer e poeta, parlaci brevemente di te come poeta e come performer. Come comunicano questi due linguaggi, all’apparenza diversi, nelle tue opere? Quale la linea di confine?

Per me la performance art è poesia vivente. Entrambi i generi artistici, pur con diversi linguaggi, emergono dalla stessa radice. Nelle mie poesie mi esprimo principalmente con immagini, quindi credo si possa percepire la mia poesia come una sorta di immaginario visivo. Le mie radici sono nella poesia, ho iniziato poi a sperimentare con l’arte performativa per accompagnare le mie letture pubbliche. In seguito, ho cominciato a partecipare a eventi di arte visiva. Ho studiato letteratura e anche Performance Art. Al momento lavoro come ricercatrice nel campo della Performance Art, e sto finendo il mio dottorato di ricerca. Scrivo recensioni sull’arte contemporanea e ho esperienza anche come curatrice. Come potete vedere, sono attiva in diversi campo. Nella mia pratica artistica attuale mi occupo soprattutto di Performance Art nel contesto delle arti visive e in ambito letterario durante gli eventi poetici. A proposito di confini, certo, ci sono sempre dei limiti. Ma dipende dal punto di vista di ognuno, dalla percezione singola di ciò che può essere poesia, se consideriamo un certo evento poesia o meno, per esempio.

Le tue poesie sono un misto di forze opposte, sono liriche, emotive, intime, raccontano di vita, di amori, di dolore, ma allo stesso tempo fanno uso di un linguaggio forte, carnale, impersonale e distaccato, quasi cinico. Raccontaci di questa scelta stilistica coraggiosa.

Non avrei potuto dirlo meglio io stessa! Sì, amo questa contraddizione, questa forte opposizione. L’ho scelta forse perché sono influenzata dall’Espressionismo. Allo stesso tempo, il mio background si basa anche sugli Haiku Zen. In realtà, posso dire di essere affascinata da tutte le  emozioni forti e dall’analisi. Probabilmente questi sono i miei tratti personali preponderanti.

Vorrei citare un tuo verso: “Non ho vissuto il comunismo/ Sono di un’altra generazione”, senti forte la differenza tra la tua generazione e quella subito precedente alla tua, chiamiamola generazione di passaggio, cosa resta del passato nelle tue opere?

Mi relazione con il passato storico soprattutto nei rapporti con gli uomini più anziani. Non mi sento particolarmente coinvolta dalle questioni politiche. Dal mio punto di vista, le relazioni sono un’espressione simbolica del viaggio e dello sviluppo personale. Significa che ogni relazione (compreso il rapporto con noi stessi) sono le linee guida di riferimento e le tracce  che collegano il mondo interno e quello esterno.

Dopo l’inverno aveva ancora
della carne rappresa
quando l’hanno innestata nel legno
manualmente
 
Nessuna ferita
di cui vale la pena parlare
o bisbigliare dal palmo della mano
attraverso una fessura
 
La bisnonna è alla finestra
e attende un amante
la bisnonna attende un amante
e trascina acqua per il fuoco
la bisnonna attende un amante
e suo marito sta dormendo
 
Tutto è in ordine nella fattoria
Tu ami il progresso
Ami la pulizia
Io sono di un’altra generazione
Mi piace il retrò
Mi piace la sporcizia
Non conosco il chewing-gum Pedro
Non ho vissuto il comunismo
Sono di un’altra generazione
Posso solo definirmi contro il consumismo
Tu sei di una generazione diversa
Ma scopi alla grande






Prendo l’amore e lo spremo come un frutto carnoso,
giallo, succoso, forse leggermente maturo,
i semi scorrono sulle mie mani assenti.
Prendo l’amore e non so cosa farne, possibilità,
annoiata dall’attenzione e dall’apparente facilità,
sì, troppo egoista, sazia fino all’orlo.
Lo prendo per i fianchi e gli tocco i genitali
l’esorcismo non è ancora finito, rido.
Tollero la carne, respiro muschio secco.
Immagino un orgasmo lungo e forte
chiunque io sia stata, chiunque io sarò
tra le lenzuola di cristalli di sale
come un largo, vecchio pesce – vergine
e un cammello silenzioso – il mio sedere
ti accarezzerò io stessa, io stessa ti darò sollievo
risplendi sul tavolo a gambe spalancate
fratello Luna ti sta divorando, vero?
A questo punto si blocca, imbronciato, ancora sanguinante
glielo puoi succhiare, c’è ancora margine di miglioramento

Sono quella che supplica i diavoli
ascolto i loro rutti crudeli
Mi blocco mentre parlo, così all’improvviso
così che il respiro non distingua la pausa che amo
inferno come pane e burro
Strappo l’intelletto internamente
luminoso e gelido come un open office
da bambina non capivo perché
io non sia un uomo meglio di un uomo
è soltanto una strega

Maestri di solitudine
si tengono per mano
dalla parte opposta
del caffè






Poesie tratte da Újedě