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La parola d’ordine è open data, non solo per i dati medici e scientifici, non solo per tutto ciò che la Pubblica Amministrazione può produrre e deve, secondo alcune leggi, mettere a disposizione di aziende e privati, ma anche per la bellezza.

Il Whitney Museum of American Art (clicca qui) ha da poco aumentato la visibilità on-line dei suoi tesori da settecento a ventunomila. Sono infatti innumerevoli le versioni digitali delle opere d’arte ora a disposizione online per gli appassionati. Più di tremila artisti, da Berenice Abbott a Edward Hopper, Jackson Pollock e Kevin Zucker (solo per citarne alcuni), opere d’arte che spaziano dalla pittura alla scultura, passando per il disegno, l’incisione, la fotografia, il film, le installazioni e i nuovi media, offrono al grande pubblico la possibilità di contemplare e studiare il processo e il prodotto creativo.

La tendenza non è nuova e parte da musei di importanza mondiale, primi non solo per la presenza di opere d’arte, ma anche per la politica di condivisione delle stesse che sembra essere l’unica arma in un mondo in cui la distanze sembrano ormai pressochè annullate grazie alla digitalizzazione e alla rete.

Il Metropolitan Museum of Art (clicca qui) ha messo a disposizione on-line più di quattrocentomila immagini ad alta definizione di opere d’arte che, non ricadendo sotto alcuna licenza di Copyright, possono essere scaricate e utilizzate. La stessa scelta è stata fatta dal J. Paul Getty Museum di Los Angeles (clicca qui – Ottantasettemila immagini), dal Rijksmuseum di Amsterdam (clicca qui – Fra gli artisti Rembrandt e Vermeer), dalla National Gallery of Art di Washington (clicca qui – venticinquemila immagini fra le quali opere come il ritratto di Ginevra de’ Benci di Leonardo e il famoso Ponte giapponese di Claude Monet) e dal County Museum of Art di Los Angeles (clicca qui) che ha messo on-line ottantamila opere d’arte di cui ventimila scaricabili senza alcuna licenza restrittiva.

A contribuire al progetto, anche il Google Cultural Institute con il Google Art Project, nato in collaborazione «con centinaia di musei, istituzioni culturali e archivi per rendere disponibili online i tesori culturali del mondo», e il progetto www.artsy.net che, facendo convergere il patrimonio artistico di gallerie, musei, collezionisti e fondazioni, ha messo fino ad ora in piedi un vero e proprio museo virtuale di duecentrotrentamila opere. Il Google Art Project consente, una volta avuto accesso con il proprio account google, di salvare le proprie opere preferite e creare il proprio museo.

La missione di Artsy è quella di rendere accessibile il patrimonio artistico mondiale a chiunque abbia una connessione Internet, inserendo in questo modo nel concetto di open data non solo dati scientifici e medici, ma anche la bellezza e l’ingegno umani. Attivando partnership con duemiladuecento gallerie e trecento musei e istituzioni, dal 2012, anno della sua attivazione, ha coinvolto duecentoventisei paesi e prevede la possibilità, per ogni museo, fondazione o istituzione artistica, di inserirsi nel progetto, di avere uno spazio, curando con appositi blog il lato social dell’esperienza museale.

Per quanto riguarda, invece, la musica e il materiale cinematografico, dal 2009, fondata dall’avvocato Philippe Perreaux e dallo studioso di musica Carl Flisch, opera il Public Domain Project, supervisionato dalla Swiss Foundation Public Domain. Nel 2010 il progetto si è avvalso dei cinquemila euro messi in palio da Wikimedia Deutschland che ha finanziato l’acquisto di un giradischi laser per la lettura del suono da materiale desueto o corrotto. Nel 2012 il collezionista privato Martin Osterwalder ha donato trentacinquemila registrazioni, mentre nel 2014 il progetto risulta parte integrante della Student organization of the Swiss Federal Institute of Technology di Zurigo.

Se è vero, come sostenuto da Walter Benjamin nel saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, che «in linea di principio, l’opera d’arte è sempre stata riproducibile. Una cosa fatta dagli uomini ha sempre potuto essere rifatta da uomini» è anche vero però che «anche nel caso di una riproduzione altamente perfezionata, manca un elemento: l’hic et nunc dell’opera d’arte – la sua esistenza unica è irripetibile nel luogo in cui si trova». Sta come sempre a noi vivere gli strumenti con la magia consentitaci dal bello, capace molto spesso di restituire all’esperienza digitale l’aura del prodotto artistico.

By Matteo Tuveri


Immagine di copertina: Ginevra de’ Benci, Leonardo da Vinci, 1474-1478