Ci sono serate in cui, da giornalista, prendi appunti; altre in cui, da editrice, cerchi le parole; e poi ce ne sono alcune — rarissime — in cui sei costretta a fare entrambe le cose mentre cerchi di trattenere un’emozione che non sapevi di aspettarti. Questo è accaduto il 28 novembre a Palazzo Valentini, dove Donatella Alamprese ha portato in scena Le 4 Voci di Eva, accompagnata dalla chitarra magistrale di Marco Giacomini, ospite dell’Associazione dei Lucani a Roma e con l’attento patrocinio di Città Metropolitana di Roma Capitale.

La sala piena, colma di un’attenzione quasi tattile: più che pubblico, un organismo unico che respirava insieme agli artisti. Punto cardine dell’evento la Presidente dell’Associazione dei Lucani a Roma Eleonora Locuratolo, la cui cura organizzativa e sensibilità culturale hanno reso possibile non solo l’evento, ma anche e soprattutto l’atmosfera giusta nella quale ogni voce femminile potesse emergere nitida, potente, rispettata. Percepibile, in ogni dettaglio, la mano di chi conosce il valore della memoria e il peso della responsabilità.

Mariapia Ciaghi, autrice dell’articolo, insieme a Donatella Alamprese e Marco Giacomini

L’ingresso di Alamprese ha creato una tensione viva. La sua voce, una forza che sa essere graffio, preghiera e sentenza, ha una qualità rara: non recita, convoca. Convoca storie, destini, ombre. E noi, seduti lì, veniamo trascinati dentro senza nemmeno accorgercene.

La chitarra di Giacomini non accompagna: accende, sostiene, graffia, consola. È una voce nella voce, un’anima musicale capace di fare da detonatore e da respiro. Se le voci di Eva sono quattro, la quinta , non dichiarata, è certamente la sua chitarra.

Il viaggio narrativo racconta, attraverso la musica, la storia di quattro figure femminili significative della scena romana e lucana e inizia con Annia Regilla, donna di potere dell’antica Roma, brutalmente uccisa dal marito Erode Attico. Alamprese la porta in scena con un’intensità ieratica: la sua voce diventa statua che sanguina, marmo che chiede giustizia. Quando pronuncia “Il mio grido non dovrete più soffocarlo”, un fremito attraversa il pubblico: un passato antichissimo che suona sorprendentemente contemporaneo.

Poi irrompe Artemisia Gentileschi, tempesta luminosa e indomita. Alamprese diventa colore, rabbia, genio. “Il mio pennello è la mia giustizia”, proclama Artemisia, mentre la chitarra di Giacomini risponde con accordi che sembrano pennellate sonore, colpi di luce e ombra. È un momento che non sembra scena, ma rivelazione: la trasformazione del dolore in creazione.

Arriva quindi Beatrice Cenci, giovane ribelle schiacciata dall’ingiustizia. La voce di Alamprese si fa carne viva, sofferenza e determinazione. “La verità, anche quando la paghi col sangue, non muore”. Il pubblico trattiene il fiato, quasi sollevato che una voce così giovane possa ancora trovare spazio nella memoria.

Mariapia Ciaghi con la Presidente dell’Associazione dei Lucani a Roma Eleonora Locuratolo

A chiudere il cerchio, Isabella Morra, la lucana. La più intima, la più dolente, la più letteraria. “Io vissi solitaria, dolente e prigioniera”. La sua voce sembra venire da un luogo remoto e vicinissimo al tempo stesso. Giacomini, qui, suona come un vento che attraversa una fortezza abbandonata: tenue, ostinato, necessario.

Uscendo da Palazzo Valentini, tra i volti emozionati della platea, chi scrive ha maturato una certezza: Le 4 Voci di Eva non è uno spettacolo. È un gesto di riparazione. Una cucitura tra passato e presente, tra storia privata e memoria collettiva. E per chi, come me, dirige una rivista che da anni racconta le donne e la loro forza, questo non è solo teatro: è una promessa rinnovata.

La promessa di continuare a dare spazio, parola, visibilità a tutte le “Eve” che ancora cercano ascolto. La memoria, quando trova le persone giuste, non solo sopravvive: si accende.