Quadro tra i più celebri al mondo, la “Natività mistica” del fiorentino Sandro Botticelli (1445-1510), oggi conservata alla National Gallery di Londra, è diventata una “icona” tradizionale del nostro Natale, emblema di grazia perfetta per la gentile rappresentazione dei sentimenti, l’elegante stilizzazione estetica del reale, il fine intellettualismo che la sottende.

Sandro Botticelli, Natività mistica, tempera su tela (108,5×75 cm) di Sandro Botticelli, 1501, National Gallery di Londra.
Ma dietro il velo della serena bellezza si cela una profonda inquietudine che forse, per certi aspetti, è anche quella dei nostri tempi. In effetti si può ritenere l’immagine del Natale che emerge da questo dipinto come una delle più drammatiche nella storia dell’arte. Quando Botticelli lo dipinge nel 1500, i valori ed i miti umanistici in cui aveva creduto sembrano dissolti in un mondo sempre più corrotto, ingiusto, immorale. Il sogno culturale di Lorenzo il Magnifico era morto insieme a lui nel 1492, così come il fuoco profetico del rinnovamento incarnato dal Savonarola si era incenerito con il suo corpo nel 1498. Botticelli è in preda ad un’ansia spirituale dai tratti ascetici, tanto che possiamo considerare l’angoscia la vera protagonista di questa tela “visionaria”, malgrado le apparenze, come si evince dalla scritta in greco sopra la corona degli angeli che fa riferimento all’Apocalisse, a quello spaventoso brano in cui in cui si evocano immagini catastrofiche e l’ultima venuta di Cristo ad annunciare la fine dei tempi.
Il disperato Botticelli quindi concepisce la Natività come un evento apocalittico, in cui gli angeli intonano inni al Salvatore e abbracciano i redenti cinti di alloro, mentre i demoni appaiono abbattuti a terra.
Ecco perché questo dipinto “febbrile” è un documento religioso tra i più intensi ed appassionati, per realizzare il quale l’artista fa ricorso al meglio del suo bagaglio stilistico imperniato su una linearità unica per delicatezza. In realtà Botticelli diffida della scienza applicata all’arte e sostiene invece la necessità di tornare alla purezza ed alla semplicità mistica delle origini. Si spiega in questo rifiuto mentale del progresso l’assurdità prospettica, proporzionale, anatomica di uno spazio, in questa tela, dove i personaggi lontani sono raffigurati più grandi di quelli vicini e si impone la “piattezza” medioevale della scena priva di un punto di fuga.
Un presepe sui generis, dunque, la cui grazia infinita però ci fa dimenticare, alla fine, l’allucinante inquietudine.