Il dibattito culturale sulla pornografia, dagli Anni Ottanta in poi, ha diviso schiere di generazioni teoriche femministe. Le opinioni sulla pornografia vanno dalla condanna di tutta la pornografia come struttura di violenza contro le donne, all’abbraccio di alcune forme di essa, come mezzo di espressione femminista. La pornografia maschile e patriarcale rende la donna invisibile, togliendole identità e rispetto. È difficile rispettare ciò che viene degradato. Le donne vengono rappresentate non come donne reali, ma come feticci e stereotipi. Il corpo della donna nei racconti porno è la somma delle parti, e queste parti vengono discusse, manipolate, e offerte come merce. Gli elementi principali della pornografia maschile, oltre alla monotonia della ripetizione grafica sempre uguale a sé stessa, è che il piacere è incentrato esclusivamente su quello dell’uomo, focalizzato sulla falsa immagine del pene come strumento di soddisfazione sessuale.

Lo specchio e l’homme manque

Il punto di partenza, su cui le diverse correnti teoriche concordano, è la necessità di prendere in esame la storia della psicologia classica (applicata al cinema e alla pornografia), nello specifico quella lacaniana, esclusivamente fallocentrica, che relega la donna al ruolo di madre/specchio e di simbolo del timore della castrazione. Il bambino (maschio) per entrare nella società deve attraversare diverse fasi. La prima è la fase specchio. Proiettandosi nella figura materna, l’infante ritrova il senso di completezza prenatale. In termini lacaniani, la madre gli mostra uno specchio. Ben presto il bambino si rende conto che la completezza è solo apparente e che la madre è diversa da lui, ha una mancanza, è priva di fallo. Secondo Lacan in questa fase nel bambino prevale il desiderio di completare la mancanza materna, ma a questo punto entra in gioco la figura del padre. È il padre che completa la madre. Il padre diviene quindi figura odiata e temuta: il desiderio nei confronti della madre sarà frustrato dal padre, che rappresenta la legge della società. Solo attraversando queste fasi, il bambino è in grado di entrare anch’egli nel mondo del padre. La madre, a livello inconscio, resta per il bambino una figura carente, senza il fallo è un “homme manque e rappresenta quindi la paura della mancanza, della castrazione. Allo stesso tempo resta un “oscuro oggetto di desiderio” nell’immaginario del figlio.

Molte teoriche femministe hanno traslato la fase specchio al mondo delle immagini in movimento. Nell’atto voyeuristico del guardare, lo spettatore rievoca una sorta di completezza immaginaria. Il saggio Visual Pleasure and Narrative Cinema (GRIN Verlag), ha aperto la strada a gran parte della critica femminista, affermando che l’illusoria completezza dello sguardo è un fatto esclusivamente maschile. Non esiste un posto adeguato per la donna come spettatrice. Il cinema, e per riflesso la pornografia, sono prodotti del sistema patriarcale fallocentrico e per tanto sono una proiezione della psiche maschile. Essi proiettano un’immagine semplicistica e diminutiva della donna. Linda Williams, nel suo articolo When the Woman Looks, mostra la donna come feticcio da idolatrare oppure come minaccia di castrazione, e quindi mostro da umiliare, deprecare, usare, ridurre ad oggetto vuoto. Come spettatore, alla donna restano solo due scelte: guardarsi attraverso lo sguardo maschile, in modo voyeuristico, oppure osservarsi da vittima, in un processo sadomasochistica.

La pornografia o le pornografie?

Vediamo ora nello specifico le diverse posizioni in merito alla pornografia.

La critica femminista (penso a nomi quali Catharine MacKinnon e Andrea Dworkin) che si oppone alla pornografia afferma che l’industria pornografica accresce la violenza fisica e sociale, l’attitudine maschile di disprezzo e odio nei confronti delle donne: oggettivazione sessuale, pratiche misogine e di sfruttamento dell’industria, istigazione alla violenza sessuale, visione distorta del corpo umano e della sessualità, ne sono le conseguenze, sia nella società sia sul set, in fase di produzione. Un caso importante è quello di Linda Lovelace, storica attrice di film porno (tra cui il famoso Gola Profonda), che si lasciava ipnotizzare per riuscire a eseguire i vari atti sessuali che le venivano richiesti. Nel suoi libri Ordeal e Out of Bondage, la Lovelace racconta di come si sentisse invisibile. Nessuno sul set aveva interesse a trattarla come un essere umano con una sua identità. (Jeanette Winterson, introduzione a Erotica, raccolta di scritti femminili da Saffo alla Atwood, Fawcett Columbine, New York 1992).

L’avvento della terza ondata della critica femminista a metà degli Anni Novanta ha segnato un incremento di opinioni anti-censura, aperte all’idea di un positivismo sessuale nell’industria del porno. Le nuove generazioni femministe favorevoli alla pornografia hanno cercato di combattere e sovvertire gli standard imposti dall’industria pornografica, anche in campo di sicurezza, sfruttamento e salute delle attrici. Per accogliere narrazioni tradizionalmente ignorate dal porno, che includano la realtà del piacere sessuale femminile e in cui la figura della donna non sia reificata, ma diventi soggetto, la struttura etero-normativa e fallocentrica, su cui si basa l’industria del porno, deve essere ristrutturata dall’interno. Una pornografia al femminile deve restituire alle donne il proprio corpo, offrendo loro una lente che non sia specchio deformante. Ridefinire l’erotismo in termini femminili e non come un’esperienza maschile, ma come parte centrale della nostra sessualità. Avere la libertà di descrivere loro stesse per emanciparsi dalla noia monolitica della pornografia a uso maschile.

La portata politica del porno femminista, secondo la statunitense Tristan Taormino, attivista, nonché autrice, produttrice, regista e anche attrice di film pornografici, si situa nella sovversione dei modelli rappresentati nel cinema hard. Un femminismo direttamente coinvolto nella pornografia capovolge interamente i confini morali e le definizioni di sesso, anche grazie alla critica dei canoni di bellezza dominanti, per una riconsiderazione dei fattori che rendono un corpo desiderabile. Nei racconti erotici e nella pornografia femminista, gli uomini non sono oggettivati o umiliati, non è necessario svilire l’altro per titillare il piacere.

Carolee Schneemann – pioniera dell’arte multimediale femminile e femminista

Una delle figure più influenti della seconda metà del 20° secolo, oltre la diatriba pro o contro la pornografia e il ruolo del corpo femminile, è stata l’artista multimediale e performativa Carolee Schneemann. I suoi lavori hanno esplorato l’idea di soggettività, la costruzione sociale e politica del corpo femminile, i pregiudizi culturali della storia dell’arte e il posto che occupano le donne nella società patriarcale oppressiva, generando un nuovo discorso su sessualità e genere. La storia dell’arte è dominata da immagini di donne nude create da uomini. Nella sua produzione artistica, la Schneemann si riappropria del corpo femminile, reclamandolo allo sguardo e al pennello dell’uomo. Molte delle sue opere mettono in scena il suo stesso corpo. Formatasi come pittrice, applicò la fisicità gestuale dell’action painting ad ambienti cinetici e scultorei e a performance provocatorie e coreografiche incentrate sul corpo.

Carolee Schneemann , Interior Scroll, 1975, fonte: www.tate.org.uk©

I suoi lavori, ora entrati nel canone dell’arte femminista, all’epoca erano considerati controversi, la loro aperta sessualità offendeva femministe e tradizionalisti dell’arte al contempo. L’accusa era spesso di esibizionismo narcisistico, soprattutto nei circoli in cui le femministe radicali disapprovavano ampiamente qualsiasi immagine che invitasse lo sguardo maschile o che potesse essere interpretata come porno, indipendentemente dal suo messaggio. “Qualsiasi mio lavoro che avesse un contenuto eterosessuale o erotico-positivo era disprezzato dalle femministe critiche tradizionali“, ha spiegato la Schneemann in un’intervista (Alexxa Gotthardt, Why Carolee Schneemann’s Explorations into Erotic Pleasure Are Even More Powerful Today, Artsy Editors, 2016).

Una delle sue opere più famose è un film sperimentale che ritrae la stessa Schneeman e il suo partner di allora, James Tenney, mentre fanno sesso. Intitolato Fuses (1967) per rappresentare la fusione metaforica dei corpi in uno solo nell’atto di fare l’amore, il lavoro della Schneemann non solo cerca di distruggere i tabù sessuali, ma sottolinea la validità e l’importanza dell’autonomia e del piacere femminile in un mondo maschile.

Carolee Schneemann, Portrait Partials, 1970. Fonte: www.moma.org – ©Estate of Carolee Schneemann. Courtesy of Galerie Lelong & Co., and P•P•O•W, New York

La performance considerata più controversa è Interior Scroll (1975). La Schneemann iniziava la performance spogliandosi di fronte al pubblico e si dipingeva viso e corpo. Con gesti lenti e rituali, estraeva poi un rotolo di carta dalla sua vagina e ne leggeva ad alta voce il testo. L’obiettivo della Schneeman era quello di rendere visibile la storia invisibile, marginalizzata e profondamente soppressa della vulva. “Ho pensato alla vagina in molti modi – fisicamente, concettualmente, come una forma scultorea, un riferimento architettonico, la fonte della conoscenza sacra, l’estasi, il passaggio della nascita, la trasformazione.” (Quinn Moreland, Forty Years of Carolee Schneemann’s Interior Scroll, Hyperallergic 2015) – Come tale, Interior Scroll afferma la vagina non solo come luogo di creazione fisica, ma anche come fonte di pensiero e creatività. Estraendo un oggetto fisico da uno spazio altrimenti nascosto, l’interno diventa visibile. Quarant’anni dopo Interior Scroll, purtroppo, in TV e sui social media sembrano addirittura aumentate le immagini e i contenuti che mostrano il corpo e la sessualità femminile come un prodotto da esibire per il desiderio, il consumo e la soddisfazione degli altri. L’opera della Schneemann, è ancora oggi importante perché presenta allo spettatore una visione della sessualità femminile a cui siamo raramente esposti: ne mette in evidenza la forza individuale, qualcosa che dovrebbe potenziare una donna e non renderla subordinata allo sguardo e al piacere maschile.