Trentagiorni, Lucilla Trapazzo e Alfio Sacco, Edito da Il Sextante

Accostare le immagini alle parole è spesso un evento doloroso perché le prime invadono gli occhi imponendo spesso il silenzio, e scatenando la furia dentro, mentre le seconde sono capaci, come ha sostenuto Tony Morrison, di dare significato, identità e forma ad un mondo in attesa: “Sia essa grande o piccola, che scavi, che esploda, o che si rifiuti di sancire; che sia una risata o un grido senza alfabeto, la scelta della parola, il silenzio scelto, il linguaggio indisturbato si solleva verso la conoscenza, non la sua distruzione” (frasi tratte dalla Prolusione al Premio Nobel, 7 dicembre 1993).

Le parole di Lucilla Trapazzo, tratte dal prezioso volume/catalogo Trentagiorni (Il Sextante), non nuova all’uso della sinestesia e alla riflessione (ricordo Lacrimosa, opera visiva del 2012) sono dunque gli occhi di una coscienza collettiva, simile al coro dell’antico teatro greco, in grado di rompere il velo della furia interiore, provocata dalle immagini, e di ricongiungersi con l’atto medesimo dello scatto compiuto da Alfio Sacco rivelando la suprema vacuità e l’interdipendenza di tutti fenomeni: parole e immagini danno forma le une alle altre in un cerchio ininterrotto di rottura, ricomposizione, speranza e rumore. Un décollage di emozioni e mutue corrispondenze.

Trentagiorni, Lucilla Trapazzo e Alfio Sacco, Edito da Il Sextante
Trentagiorni, Lucilla Trapazzo e Alfio Sacco, Edito da Il Sextante
Trentagiorni, Lucilla Trapazzo e Alfio Sacco, Edito da Il Sextante