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Sorelle Marinetti. Veloce leggerezza

Samuel Beckett

4 gennaio 2015 Comments (0) Views: 868 Teatro

Samuel Beckett: anticipatore della nostra assurda realtà

A quasi 50 anni dalla pubblicazione di “Finale di partita”, capolavoro teatrale che ha impegnato numerosi critici letterari e il filosofo Theodor Adorno a decifrare il linguaggio nascosto dietro la pièce, Beckett è un autore attuale che nella sua produzione letteraria è riuscito ad esprimere la crisi dell’uomo moderno anticipando le problematiche dei giorni nostri.

Sul web italiano l’autore irlandese, vanta il sito www.samuelbeckett.it, ideato nel 2003 da Federico Platania, giovane scrittore italiano che ha esordito negli anni novanta su varie riviste letterarie, nel 2006 hs pubblicato la raccolta di racconti “Buon lavoro. Dodici storie a tempo indeterminato”(ed. Fernandel) a cui si sono susseguiti i romanzi “Primo sangue” (Fernandel 2008), “Bambini esclusi” (Fernandel 2012), “Il Dio che fa la mia vendetta” (Gallucci 2013). Il suo sito beckettiano, nato dal “tarlo mentale” dopo esser stato folgorato dalle sue opere, è curato e in continuo aggiornamento tanto da essere diventato un valido strumento informativo per studiosi, artisti ed appassionati dell’autore irlandese.

Samuel Beckett by Roger Pic (Public domain) Samuel Beckett (1906-1989), secondo il regista teatrale Alan Schneider  rappresenta l’unione paradossale tra il profondo senso dell’ “impegno” nei confronti dell’ esistenza dei francesi, l’uomo che ha scritto alcune delle pagine più belle e terribili della letteratura del Novecento. Una vita travagliata, caratterizzata da profende crisi esistenziali e da continue fughe e ritorni fino agli anni ’40 in cui si stabilitosi a Parigi, decise che il francese sarebbe diventata la sua lingua letteraria. Tra gli anni 40 e 60 scrisse la maggior parte delle sue opere. Negli anni ’50 soprattutto scrisse per il teatro nonostante proteste e accese polemiche per la prima rappresentazione di En attendant Godot nel 1953. Continuò a scrivere per il teatro sia in francese che in inglese, Fin de Partie (1956) , All that fall(1956), Krapp’s last tape ( 1958), Embers, Actes sans paroles I, II (1959), Comment c’ est (1960), Happy Days (1961),Word and Music (1961), Play ( 1963), Eh Joe (1965) arrivando, negli anni ’80 a scrivere anche pièces per la televisione.
La domanda a cui tenta di rispondere Beckett nelle sue opere è la seguente: cosa rimane all’ uomo quando ha perso tutto, speranze, famiglia, lavoro, progetti, e non gli rimane altro che la nuda esistenza? Ahimé, domanda ricorrente ai giorni nostri se pensiamo all’ attuale situazione sociale, satura di estrema precarietà e che costringe le generazioni dei trenta/quarantenni a non vedere prospettive per il futuro, in un mondo dove ormai il sapere far e l’impegno sulle sudate carte non sono nulla in confronto alla giovane età (che consente contratti agevolati ai datori di lavoro) e alle illustri conoscenze (per chi, ovviamente, ha la fortuna di averle). Per Beckett rimangono solo delle parole disarticolate, unica prova dell’ esistenza umana: se non ci fosse la parola non ci sarebbe davvero più nulla. Ne sono testimoni i suoi personaggi che si aggrappano al linguaggio perché è l’ unica via di salvezza: occorre che parlino per non morire e ogni sillaba è un’ allontanamento della morte. La pièce è finita se loro tacciono e per ritardare il momento in cui le parole li abbandoneranno per sempre, i personaggi parlano a perdifiato come Winnie di Oh! Les beaux jours che fa l’ inventario degli oggetti contenuti nella sua borsetta, e come Hamm di Fin de partie che racconta le sue storie: dare il nome alle cose fa esistere. Queste parole disarticolate e apparentemente senza senso vengono pronunciate da personaggi agonizzanti affetti da gravi menomazioni perché, paradossalmente, le divagazioni di un essere limitato fisicamente si avvicinano alla vera essenza della vita e cioè essere al mondo per morire.

Sulla scena vengono rappresentati atti senza parole dove i silenzi contano quanto le battute seppur brevi. Spariscono così l’ umorismo e la verve, lasciando spazio a un umorismo nero e disperato: il mondo esteriore si decolora, le voci dei personaggi diventano bianche, le frasi informi e i silenzi prolungati. Questa discesa verso l’ essenzialità porta all’ esigenza di eliminare  tutti gli oggetti scenici per trovarsi davanti all’ esistenza bruta. I suoi eroi goffi, inconsapevoli di avere un corpo, non comprendono ciò che succede intorno a loro perché hanno rotto i legami con la realtà esteriore. La rottura col mondo provoca un ripiegamento della coscienza su se stessa e l’ invasione dell’ Io interiore con una conseguente frenesia del pensiero che divora se stesso. I personaggi cercano di capire il proprio Io e di riconoscersi in questo, ma più si analizzano più entrano in un labirinto senza uscita creando una sorta di malattia intellettuale e morale parallela a quella fisiologica di un corpo divorato dallo spirito. Ma in questo continuo ripiegarsi su se stessi è  nascosta una lontana speranza di salvezza? La risposta per Beckett è no. E per noi? Per i tempi che stiamo vivendo? Forse, l’unica speranza sono le nostre parole di rabbia.

By Giulia Marini


In copertina: Samuel Beckett by Roger Pic (Public domain)

 

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