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L'ora più buia, recensione su mockupmagazine.it

L’ora più buia. Un miracolo al cinema

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The Post. Una corsa per l’informazione

Sanremo 2018 (RaiUno©) www.mockupmagazine.it

10 febbraio 2018 Comments (0) Views: 1165 Eventi, Musica, Spettacolo

Con quel Sanremo un po’ così

Sanremo è partito un po’ così anche nel 2018, fra l’entusiasmo moscio del pubblico e della stampa, l’ansia dei cantanti e quella certa attenzione gossippara nei confronto degli abiti e delle cantonate – se ci sono – alle quali spesso gli artisti danno vita. Ogni tanto è successo di sentire la mancanza di Simona Ventura o di Milly Carlucci, ma la si è superata senza troppi danni psicotelevisivi. Il Festival si è ripreso nel corso delle serate – con buona pace dell’ectoplasma di Mina a ogni intervallo (“tim tim tim” da ossessione, pollice verso) – e vi spieghiamo perché.

Ma Sanremo non è solo questo, è anche il dramma dello strascico di trasmissioni TV che a lui si rifanno, o che su di lui campano, è la ridda di commentatori, più o meno penosi che di lui si occupano pur di attirare l’attenzione. Questo si che è un po’ meno gradevole da tollerare, ma per poco meno di una settimana all’anno si può pure sopportare.

Le serate. Un successo di share

Matteo Tuveri (Portrait 2018, by A. Duranti)

Il Direttore Creativo di MockUp redige la pagella per il Festival di Sanremo 2018

Dopo una prima serata, seguita da 11 milioni 600 mila spettatori con uno share del 52,1% (6 milioni di interazioni su facebook, Instagram e Twitter), la scena è stata dominata da Fiorello, spassoso eterno ragazzo (che Dio lo protegga: non esce salutando Maria, non chiude o apre la busta, non si butta in mare da un elicottero e non dice le cose “col cuore”. Per chi scrive è già un successo), sua la battuta più bella riferita a Erdoğan: “sta venendo a Sanremo perché ha saputo che ci sono 1300 giornalisti liberi”.
La seconda serata (vista da 9 milioni 687 mila telespettatori con uno share del 47,7%) è un successo anche per Claudio Baglioni, all’inizio rigido: si scioglie e cede alle battute, persino alla chiacchiera. In questo ci guadagna il gruppo: Pierfrancesco Favino è ganzo e sa di esserlo. Non si piega un attimo all’improvvisazione, la sua è tecnica sul copione: simpatico, canta, balla e presenta molto bene. La troppa sicurezza di solito ottiene l’effetto opposto, ma con lui non funziona nemmeno il vecchio adagio del troppo che stroppia. Certo, qualche monologo in meno, specialmente durante la terza serata (10 milioni 825 mila spettatori con il 51.60% di share), non sarebbe stato un male (il fatto che si debba intrattenere non significa che lo si debba fare assolutamente sempre, anche a costo di buttare sul palco battute un po’ a caso), anche se fra Virginia Raffaele, la delicatezza di Gino Paoli e la forza musicale di James Taylor e Giorgia, il destino della kermesse sembra aver subito un ridimensionamento in fatto di qualità.

La quarta serata, seguita da una media di 10 milioni 108 mila telespettatori con il 51.1% di share, è stata catalizzata non solo dai due ospiti Piero Pelù e Gianna Nannini, ma anche dai duetti, spesso in grado di risollevare le sorti di alcune melodie un po’ ostiche al pubblico, e dalla vittoria del giovane Ultimo (al secolo Niccolò Moriconi) per la categoria giovani con la canzone “Il ballo delle incertezze”. Romano, 22 anni, spontaneo, profondo e preparato, ci tiene a dirlo perchè vincere non è – e non dovrebbe mai essere – una casualità ma il preciso esito di un percorso fatto di studio e volontà. Sul suo Instagram tempo fa scriveva: “Chi mi prendeva per pazzo quando gli dicevo con convinzione che io avrei fatto questo nella vita ed ora mi chiede un accredito per venirmi a sentire, chi mi ferma per strada soltanto per darmi una mano, chi si riconosce nelle mie parole. Insomma dal niente che ero sto costruendo qualcosa di importante”.

La serata finale è dominata da Laura Pausini, che si immerge letteralmente nel suo pubblico durante l’esibizione, e dal monologo di Favino tratto da “La notte poco prima della foresta” del drammaturgo francese Bernard-Maria Koltès. Dedicato all’essere stranieri in un mondo di “altri” che corre e rifiuta il contatto. Mannoia è monumentale come sempre.

Michelle che gioca a fare la diva è la vera diva

La Hunziker non rinuncia al suo sorriso, lo ostenta, può anche diventare antipatica, ma lei rimane la ragazza un po’ borgata e un po’ cantone svizzero. Indossa gli abiti come una bambina, per gioco, e ci guadagna tutta la scena perchè la scioglie costantemente. Essere se stessi è sempre la scelta giusta (prendete nota aspiranti presentatrici: pose, mossette e isole dei famosi non rendono automaticamente brave. Capito?).

I cantanti

E poi ci sono i cantanti, quelli in gara, quelli nuovi e quelli meno: Lorenzo Baglioni porta simpatia, ricorda Gabbani ma senza la voce metallica, vuole diventare tormentone (e glielo auguriamo); Nina Zilli è sempre brava ma la canzone non decolla, forse occorre riascoltarla in radio, per ora ci sembra una zavorra al suo solito volo. A proposito di volo, Il Volo, ospiti della seconda serata, stonano, ostentano smaccata disinvoltura e superiorità (così ci dice il dizionario alla voce gigioneggiare).

Per la brava Alice Caioli è difficile camuffare un prodotto musicale piatto, anche se la voce c’è eccome, mentre ci piacciono Diodato e Roy Paci, che danno ritmo, suonano, interpretano e ci mettono energia. Ornella Vanoni, accompagnata da Bungaro e Pacifico, è spassosa quando s-parla dopo l’esibizione ma la canzone è piuttosto regolare, per niente eccezionale. La signora, invece, lo è eccome. Barbarossa regala qualcosa con la sua “Passame er sale”, mentre Enzo Avitabile e Peppe Servillo mettono sul palco una canzone commovente con un testo bellissimo. Fra i migliori, ma il Festival generalmente premia altre sonorità.
Ermal Meta e Fabrizio Moro sono i vincitori, portano un po’ di testosterone e hanno voce, non è scontato e non tutti dimostrano di averne (both of them: voce e testosterone). La canzone “Non mi avete fatto niente”, scritta dopo l’attentato terroristico del 22 maggio 2017 al concerto di Ariana Grande a Manchester, è dedicata al sentimento di terrore derivante dall’incertezza per la propria vita (e dei propri cari). Un mantra di coraggio civile che cita altri luoghi di massacri e attentati come Il Cairo, Barcellona, Parigi, Londra e Nizza.

Lo stato sociale (da non confondere con il reddito di cittadinanza, visti i tempi) fanno un po’ il verso a Vasco e un po’ a Rino Gaetano (Il cielo è sempre più blu). La canzone ottiene il secondo posto e rimane nell’aria perché ha ritmo e perché racconta un’Italia in cui personaggi differenti si muovono, alcuni non sempre in modo etico, senza temere alcuna squalifica. Un’Italia senza regole che sguinzaglia il meglio e, ahinoi, anche il peggio.

Resta nell’aria – e fuori dal podio – anche Noemi che questa volta è in una veste musicale più filosofica rispetto al passato (la sua voce e la sua risata servono sul palco). I Decibel vanno forte, grinta, voce, melodia e testo, molto meno i Pooh leggermente sedati. Annalisa, che si è guadagnata il terzo posto, affascina con “Il mondo prima di te”: dopo la fine di un amore è sempre difficile ricominciare a volare in differenti direzioni, come “radici che si dividono per continuare a crescere”. A Max Gazzè il Premio per la miglior composizione musicale, a Ron quello della critica (bella la sua “Almeno pensami”, da riascoltare con attenzione)

Il Premio alla carriera per Milva – durante la penultima serata – non è solo il riconoscimento a una carriera e una vita eccezionali (senza ologrammi), ma anche il coronamento per chi l’ha ammirata per una vita intera. Un applauso lungo una vita non basterebbe.

 

By Matteo Tuveri


Immagine di copertina: Sanremo 2018, Ermal Meta e Fabrizio Moro – Fonte www.rai.it

 

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